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La fabbrica di scarpe Lucky shoes

Inviato da augusto il Dom, 08/20/2017 - 12:15
Mille scarpe al giorno da spedire in USA
Da alcune dichiarazioni pubblicate sul New York Times nel 1970 e riportate da Il Piccolo del 20 agosto 2017, da parte di Thomas A McCann presidente dell'impresa calzaturiera Lucky shoes company: "Nel 1949 aprii la prima fabbrica italiana di calzature per il mercato americano. Da quel m omento la fabbrica di scarpe del Porto Franco, situato nell'attuale magazzino 26 ha contato più di 250 impiegati. Si parla di una produzione di circa 1000 paia di scarpe al giorno: ballerine, sandali, sportive. Quasi la totalità delle calzature veniva esportato negli Usa. Il materiale maggiormente usato fu la rafia, fibra naturale ricavata dalle palme del Madagascar.
Perchè aprire una fabbrica di scarpe a Trieste che produce per il mercato americano? Albert Saitz, direttore della fabbrica, l'ha spiegato in un intervista del 1951. " Per questo posto (la sede della fabbrica nel magazzino 26) paghiamo 90 dollari, me3ntre negli Usa spenderemmo circa 2000 dollari per le stesse cose. In più non abbiamo problemi di trasporto poichè siamo già in porto. Ed essendo Porto Franco non c'è bisogno di alcuna licenza" Anche gli operai locali e la loro capacità di imparare sono stati positivamente valutati da Saitz: disse che questi capivano in una settimana ciò che agli americani sarebbe servito mesi per imparare.
(Dal The High Point Enterprise del 1951 citato da Il Piccolo del 20 agosto 2017

Il lavoro nella fabbrica di scarpe Lucky shoe (magazzino 26)

Inviato da augusto il Dom, 08/20/2017 - 11:46
"Go leto casa che i ga dito su la fabbrica. No commento, solo penso che chi no sa doveria informarse prima de dir scempiaggini. Ve digo mi un poco come iera. Prima de tutto, iera tre reparti. El primo dove se taiava e cusuva a machina. El secondo, el mio reparto, dove incolavimo insieme le robe e el terzo reparto , dove i spediva le scarpe finide. Noi facevimo sai sandali de rafia. Ma tanti. Sia con el taco alto, sia con quel più baso. Dopo el primo reparto i omini le meteva in forno e dopo le pasava a noi done, che metevimo la cola per le siole."
Un lavoro da catena di montaggio che a volte si inceppava .... "Che diol, quela volta che me go ciapa la man mi. Cosa go fato? Frezavo (sfregavo). Non so cosa che frezavo con la carta de vetro, sono andata soto con el dito e me ga porta via tuto. Son andada in infortuni quela volta, due setimane, e go ancora el segno."
"Qusndo spetavo el primo fio ghe go dito al signor McCann che me licenziavo e lui subito me ga proposto de restar". E dove avrebbe messo il figlio? "Ah, McCann gaveva una soluzion, meterlo sul carel e farlo andar su e zo con le scarpe. Però iera bel, tornasi indrio a lavorar subito. Che bel, E che ridade!"
Da un intervista alla signora Anno riportata dal Piccolo del 20 agosto 2017

Quale visione per il riuso del Porto Vecchio?

Inviato da Ercole Roi il Sab, 05/13/2017 - 07:09
Da poco più di un anno vivo da pensionato a Trieste e seguo con assiduità il dibattito e le iniziative pubbliche relative al riuso di Porto Vecchio, un area dalle potenzialità eccezionali. Mi sembra che siamo giunti ad un punto morto non tanto rispetto ai progetti, quanto rispetto alla capacità di governo dei processi. Si procede da convegno a convegno, a cui partecipano sempre le stesse persone, in cui si sottolinea la necessità di avere una visione complessiva del progetto e una capacità di governare il processo.
Nessuno però entra nel merito con proposte concrete. Non solo, non si riflette neppure sul passato recente delle esperienze in zona:
Porto San Rocco, concepito come luogo esclusivo e aperto alla speculazione, è ridotto ad un luogo semi-abbandonato e fallito che non si riesce neanche a svendere.
Porto Piccolo è costruito come un piccolo fortino con barriere e chiusure, pressoche deserto tutto l'anno, tranne qualche giorno, presidiato da guardie giurate e da commessi di negozi per lo più deserti.
Entrambi sono stati concepiti come enclavi chiuse, luoghi di case vacanze per attrarre investimenti speculativi. Entrambi sono come delle escrescenze che nulla hanno a che fare con i territori e con le popolazioni circostanti, se non per alcuni posti di lavoro nelle imprese di pulizia. L'uno è diventato un'escrescenza tumorale di cui non si sa che fare, l'altro ha buone probabilità di indirizzarsi sulla stessa strada.
Per il Porto Vecchio non possiamo compiere gli stessi errori. Bisognerà pensare ad un progetto basato su un concetto di apertura alla città, di partecipazione dei triestini, di ricchi contenuti capaci di attrarre, rivalutando il carattere popolare che il luogo deve assumere. Popolare non deve essere sinonimo di trasandato, volgare, brutto. Popolare deve significare vivace, frequentato, ricco di idee, aperto ai giovani.
E' soprattutto di questo che dovremmo iniziare a discutere.
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